Archivi categoria: wikicrazia, e-participation e social revolutions

Stimo molto Giovanni e la sua estrema cultura digitale, per questo motivo voglio condividere un suo interessante articolo sul’evento #Occupywallstreet, manifestazione che si è tenuta a Manhattan lo scorso settembre e che non ha scatenato il buzz che meritava. Probabilmente dietro a certe rivoluzioni digitali c’è ben più che la somma di qualche tweet e gli interessi di qualche insoddisfatto cittadino. A questo proposito trovo saggio lo spunto finale dell’articolo: “Insomma se i Social Network non smuovono le coscienze nella progredita America, siamo sicuri che abbiano scatenato un pandemonio nel Mondo Arabo? Non sarà forse che ci vengono proposte delle riletture di comodo effettuate a posteriori della premiata serie: la Macchina vi darà libertà, democrazia e benessere?”
Qui di seguito propongo un interessante documentario sul fenomeno delle rivoluzioni digitali nel mondo che, in gran parte, sembra confermare i sospetti di Giovanni e del sottoscritto:

future of blogging, il crowdsourcing come paradigma evolutivo del web

Di recente mi sono dedicato alla definizione della strategia di comunicazione (social media planning) di un progetto che prevede il lancio, nei primi mesi del 2012, di quella che sarà una piattaforma di blogging rivoluzionaria.
Sulle caratteristiche della piattaforma stessa voglio mantenere ancora una certa segretezza, ma voglio condividere una piccola parte della strategia sviluppata e qualche riflessione sul mondo dei social media in generale.

Una comune giornata lavorativa @ebuzzing

Il progetto in questione, nasce in un momento storico molto importante e trova terreno fertile nell’attuale contesto evolutivo caratterizzato da integrazione, velocità e collettivismo.
In effetti, basta pensare al contributo dei blogger nella diffusione di informazioni durante la primavera araba, al boom delle iniziative di e-participation e crowdsourcing per comprendere quanto complesso, dinamico e coinvolgente sia diventato il web dopo soli 20 anni di vita.

Se vediamo l’evoluzione umana come una curva su piano cartesiano, questa ha subìto un’impennata che, favorita da strumenti di comunicazione non lineare come i Social Media, non sembra volersi assestare come invece tendenzialmente accade dopo le grandi rivoluzioni o migrazioni.

I social network, incrementando esponenzialmente le possibilità di interazione tra le persone, rendono complesso il sistema web stesso e imprevedibile la sua evoluzione. Si aprono così tanti interrogativi e trovo personalmente innegabile  il fascino di un contesto, quello attuale, in cui l’unica regola sembra essere: non vi sono certezze, solo una serie infinita di opportunità.
Da qui la necessità di staccarmi radicalmente dagli anacronistici paradigmi del marketing e “partire dal basso”. Così il disegno si è fatto sempre più chiaro nella mia mente e sono partito chiedendomi “di cosa ha bisogno il blogger moderno?”.

Era ovvio che da solo non avrei potuto trovare una risposta democratica, né potevano farlo i miei colleghi negli altri paesi, così è nato #futureofblogging. Abbiamo iniziato a coinvolgere attivamente i diretti interessati, blogger in primis, in un progetto di social brainstorming. Grazie a #futureofblogging ognuno ha la possibilità di dire la sua, condividere i propri bisogni in termini di user experience e contribuire con le proprie idee allo sviluppo della piattaforma del futuro.

Sono così nati 5 gruppi di discussione su Facebook (uno per ogni paese coinvolto) dove più di 200 blogger si confrontano ogni giorno sul tema blogging, sull’evoluzione degli strumenti di comunicazione e sul futuro dei Social Media.
In contemporanea, più di 30 sviluppatori e ricercatori analizzano ogni giorno le idee raccolte e finalizzano il brainstorming collettivo a colpi di features e stringhe di codice.

Alcuni sviluppatori intenti ad analizzare i feedback e le idee arrivate da Twitter e Facebook

Anche su Twitter le idee non mancano e, complice un piccolo contest, il passaparola sta iniziando a diffondersi in maniera quasi spontanea. Il prossimo step? Stiamo programmando il lancio di una campagna di buzz marketing che nelle prossime settimane darà forza al passaparola e coinvolgerà gli internauti in un contest dall’alto tasso di viralità.

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Elezioni e Freedom Lines in Egitto, secondo atto di una rivoluzione nata sui social media

Oggi ho passato in rassegna –ovviamente online- alcuni quotidiani nazionali alla ricerca di qualche notizia su quello che sta avvenendo in Egitto negli ultimi giorni. Ovviamente non ho trovato nulla: d’altronde che senso ha parlare di quello che avviene al di là delle sponde del Mediterraneo se non ci sono morti o stragi di qualche tipo? Peccato che nel paese dei faraoni stia avendo luogo una vera e propria rivoluzione. Il 28 e il 29 novembre verranno ricordati nella storia come i giorni delle prime elezioni libere da sempre dell’Egitto.

Google dedica un doodle alle elezioni in Egitto. 28 Nov 2011

Milioni di persone – i primi dati parlano del 75% se non addirittura del 100% degli aventi diritto – sono scesi ordinatamente nelle strade del paese e altrettanto ordinatamente si sono messi in fila in attesa di votare. Un’attesa di ore ed ore visto che le file si snodavano anche per due tre chilometri. Gli egiziani le hanno soprannominate “Freedom Lines”.
Il tutto, secondo quanto riporta Sahar El-Nadi sul blog egiziano di Ahmed Rehab, in un clima di grande euforia ed entusiasmo.

Si stima che l’80% di chi è andato a votare in questi giorni, contro il boicottaggio lanciato da alcuni attivisti di Piazza Tahrir o gli eventi drammatici della scorsa settimana e degli ultimi mesi, lo ha fatto per la prima volta nella sua vita.

“Ho 56 anni e non sono mai andato a votare prima di oggi”, ha detto Ahmed Moustafa di Heliopolis.
“In passato sapevo che il mio voto sarebbe stato inutile. Oggi no, oggi è diverso. Sento veramente che questo è il mio paese. E’ una sensazione straordinaria”.


Video ripreso da Sahar El-Nadi durante le votazioni in Egitto

Nove le province finora coinvolte nelle elezioni dei 508 membri della People’s Assembly, tra cui Il Cairo, Alessandria, Port Said e Assiut. Le restanti 18 dovranno aspettare il 14 dicembre e il 3 gennaio per essere chiamate in causa. Per le elezioni della Camera superiore del Parlamento, la Shura Council, e quelle presidenziali bisognerà, invece, attendere marzo e giugno prossimi.

Grandi protagoniste di questa tornata elettorale sono state le numerosissime e coloratissime donne che hanno affollato le strade delle città in attesa di esprimere le proprie preferenze elettorali. Sebbene il numero delle attiviste politiche sia a dir poco ristretto, ciò non significa che le donne egiziane non abbiano una forte cognizione politica o della realtà. Al contrario. Come racconta Rehab, che ha passato gli ultimi giorni a intervistarle, esse avevano idee molto chiare su chi votare e perché. Che fossero i Fratelli Musulmani o giovani rivoluzionari di piazza Tahrir, poco importa.

Ciò che più colpisce, però, è stato il “Queue Culture”: un’atmosfera incredibilmente “social” che si è venuta a creare proprio nelle lunghe fila di donne in attesa di votare. Non solo queste hanno automaticamente creato un sistema di informazione e passa parola per cui chi era in testa alla fila trasmetteva aggiornamenti sullo stato del processo elettorale a chi era dietro. Una volta votato, molte non tornavano a casa, bensì rimanevano per assistere quelle ancora in attesa, prendendo ordinazioni e andando nei negozi vicini a comprare schede telefoniche, snack e acqua. E mentre le più giovani, smartphone alla mano, andavano su Twitter e Facebook per inviare e ricevere aggiornamenti, le più anziane chiacchieravano al telefono con loro amiche in attesa di votare in altri distretti.

Comunque vadano queste elezioni, un pensiero accomuna molti, uomini e donne, in questi giorni: “Thanks to Tahrir for this dream come true”. Senza Piazza Tahrir, senza le rivolte, i morti, l’orgoglio e la voglia di libertà, milioni di persone oggi non sarebbero potute andare a votare senza temere alcuna forma di intimidazione dal governo o falsificazioni da burocarti corrotti.
Quindi, anche a nome di chi questa rivoluzione l’ha seguita attraverso il coraggio di Blogger come Sahar El-Nadi, Ahmed Rehab e Wael Abbas : “thanks Tahrir Square”!

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Primavera Araba, cronologia della rivoluzione in egitto

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo del Post sulle rivolte in Egitto e voglio riportare di seguito un riassunto di una storia che, manco fossimo in un Film fantasy degli anni 80′, sembra non finire mai.

Novembre 2010 – Le elezioni

(AP Photo/Ben Curtis, File)

La prima manifestazione contro il regime di Mubarak in Egitto fu quella del 29 novembre 2010, all’indomani delle elezioni parlamentari con cui il partito dell’allora presidente ottenne quasi tutti i seggi disponibili, eliminando dalla scena i Fratelli Musulmani. Migliaia di persone scesero in piazza per protestare contro quei risultati denunciando brogli e irregolarità. Già da alcune settimane al polizia aveva iniziato a scontrarsi con i sostenitori dei Fratelli Musulmani, arrestando circa 1400 persone prima del voto.

Gennaio 2011 – L’inizio della rivolta

AP Photo/Emilio Morenatti, File

La data di inizio della rivolta in Egitto è il 25 gennaio 2011, giorno della prima vera protesta di massa contro Hosni Mubarak. Migliaia di persone marciarono per le strade del Cairo contro il governo di Mubarak e raggiunsero pacificamente piazza Tahrir, che da quel momento in poi divenne l’epicentro della rivolta. La polizia quel giorno non intervenne, pensando probabilmente che la protesta sarebbe rientrata in poco tempo. Invece il numero di persone continuò ad aumentare di giorno in giorno e a quel punto anche gli interventi delle forze dell’ordine iniziarono a farsi molto più violenti.

Il governo spegne internet

Photo/Ben Curtis, File

A poche ore di distanza dalla nuova grande manifestazione contro il presidente egiziano Hosni Mubarak prevista il 28 gennaio, l’accesso a Internet fu limitato e messo sotto controllo dalle autorità egiziane. Fino a quel momento i manifestanti avevano utilizzato i social network per condividere le immagini della protesta, organizzare nuove manifestazioni e coordinare la loro rivolta, seguendo uno schema molto simile a quello utilizzato in Tunisia dai manifestanti che hanno poi rovesciato il regime di Ben Ali. Il numero dei morti dall’inizio delle proteste nel frattempo era già salito a 7.

Mubarak scioglie il governo

Photo/Amr Nabil, File

Il 29 gennaio è il giorno che segna la prima vittoria importante per i manifestanti. Dopo gli scontri molto violenti con la polizia del giorno precedente e l’assalto alla sede del partito di governo, Mubarak annuncia lo scioglimento del governo e nomina l’ex capo dei servizi segreti Umar Sulayman vicepresidente dell’Egitto. È la prima volta in 30 anni che il paese ha un vicepresidente. Mubarak nomina anche l’ex ministro dell’aviazione, Ahmed Shafik come nuovo primo ministro con il compito di formare un nuovo governo, ma i manifestanti non si accontentano: vogliono le dimissioni del presidente e continuano a protestare in piazza Tahrir.

Febbraio 2011 – Migliaia di egiziani in marcia

Photo/Ahmed Ali, File

Dopo le timide concessioni politiche del presidente Mubarak la rivolta in Egitto acquista ancora più forza e gli scontri si fanno più violenti. Il primo febbraio è il giorno della più grande manifestazione di massa contro il regime di Mubarak. Gli organizzatori –  oltre che Al Jazeera – sostengono che in piazza c’erano oltre un milione di persone, altri mezzo milione, ma è difficile stabilirlo con certezza. Le proteste nel frattempo si sono estese a tutte le maggiori città – Alessandria, Suez, Mansoura – e il numero delle vittime sale a oltre cento. C’è anche un video che inizia a girare molto in rete, montato delle immagini della rivolta con una colonna sonora suggestiva (Thirteen Senses, Into the fire). E ci sono i primi carri armati che iniziano a mescolarsi alla folla e a proteggerla.

Mubarak si dimette

Photo/Tara Todras-Whitehill, File

Dopo diciotto giorni di proteste ininterrotte, l’11 febbraio 2011, il presidente dell’Egitto Hosni Mubarak dà le dimissioni. La notizia è annunciata alle cinque di pomeriggio, ora italiana, dal vicepresidente Omar Suleyman. Il potere passa nelle mani del Consiglio Supremo Militare. Mubarak era al potere da trent’anni. La protesta di piazza Tahrir si trasforma in una festa che avanti tutta la notte.

Arriva Tantawi

Photo/Emilio Morenatti

Con le dimissioni del presidente Hosni Mubarak il potere è passato al Consiglio Supremo Militare. La figura più importante diventa Mohammed Hussein Tantawi, ministro della Difesa e capo del Consiglio. Tantawi ha 75 anni e ha combattuto tre guerre contro Israele: quella del Canale di Suez del 1956, quella del 1967 e quella del 1973. È stato un uomo del regime di Mubarak, anche a capo dei servizi segreti, e sul suo ruolo c’è da subito molto scetticismo. Il dubbio che aleggia è che Mubarak sia stato costretto alle dimissioni da un colpo di stato militare. Nel frattempo, l’ex presidente ha fatto perdere le sue tracce. Da questo momento in poi si susseguono notizie di fughe, malattie e morti: tutte sempre smentite.

La transizione

Photo/Emilio Morenatti, File

Il 6 febbraio, dopo una nuova settimana di scontri e manifestazioni, il vicepresidente Omar Suleiman firma un accordo con le forze di opposizione, tra cui i Fratelli Musulmani, e dichiara la fine dello stato di emergenza. L’accordo prevede di punire i responsabili delle violenze commesse sui civili e istituire un comitato per le riforme costituzionali di cui facciano parte anche le forze dell’opposizione. Qualche giorno prima Mubarak si era rivolto alla popolazione con un messaggio televisivo, confermando di non volersi dimettere, ma al tempo stesso di non avere intenzione di candidarsi nuovamente alle prossime elezioni previste per il mese di settembre.

Marzo 2011 – Il referendum

Photo/Amr Nabil

Il 19 marzo in Egitto si vota per un referendum costituzionale, primo passo verso le elezioni parlamentari prima e quelle presidenziali poi. Il referendum viene approvato a larghissima maggioranza e nei suoi punti principali stabilisce la limitazione del mandato presidenziale da quattro a due anni, l’obbligo per il presidente di nominare un vicepresidente entro sessanta giorni dall’elezione, la supervisione dell’autorità giudiziaria sulle elezioni e la nomina di un’assemblea costituente che scriva una nuova costituzione.

Aprile 2011 – I nuovi scontri

Photo/Emilio Morenatti, File

L’8 aprile 2011 i manifestanti tornano a occupare piazza Tahrir per protestare contro la giunta militare, accusata di ostacolare la transizione verso un governo democratico e la punizione dei responsabili delle violenze commesse sui civili nei giorni della rivolta di gennaio. Il Consiglio Supremo ordina a tutti i militari in servizio in Egitto di non partecipare alla manifestazione, pena il deferimento immediato davanti al tribunale militare. Da questo momento in poi i rapporti con la giunta di quella parte della popolazione che aveva guidato la rivolta diventano sempre più difficili. Il 29 luglio i manifestanti organizzano la più grande protesta di piazza dalla caduta di Mubarak. L’accusa è sempre la stessa: avere tradito lo spirito della rivoluzione e di non avere avviato le riforme democratiche di cui il paese avrebbe bisogno.

Settembre 2011 – Le elezioni

Photo/Emilio Morenatti, File

A settembre il Consiglio supremo delle forze armate egiziane annuncia le date delle tornate elettorali per rinnovare il Parlamento. Il 28 novembre ci sarà la prima delle tre fasi per l’elezione dei membri della Camera, cui seguiranno altri due turni il 14 dicembre e il 3 gennaio. Soltanto dopo si procederà con l’elezione di un nuovo presidente. A inizio ottobre, con l’aumentare delle proteste, la giunta è costretta a chiarire ulteriormente le tappe per il passaggio del potere ai civili. I militari accettano inoltre di cambiare l’articolo della nuova legge elettorale che stabilisce che due terzi dei 500 seggi parlamentari siano destinati ai candidati dei partiti mentre un terzo sia riservato ai candidati indipendenti. Questo sistema era stato molto criticato perché permette agli ex membri del regime di candidarsi alle elezioni. Ma intanto continuano i processi militari ai civili, una pratica che ha mandato in carcere circa 10mila persone negli ultimi otto mesi.

Ottobre 2011 – Il massacro dei copti

Il 10 ottobre ventiquattro persone vengono uccise al Cairo negli scontri tra un gruppo di cristiani copti e l’esercito, all’esterno della sede della tv di Stato. I copti avevano indetto una manifestazione per protestare contro le persecuzioni e le violenze subite negli ultimi mesi, tra cui la distruzione di una loro chiesa a Merinab, nel sud dell’Egitto.

Novembre 2011 – Le nuove proteste

Photo/Amr Nabil, File

L’ultima ondata di proteste è iniziata venerdì, innescata da una bozza di riforma costituzionale redatta sotto la supervisione del vice primo ministro Al Selmi. I manifestanti hanno contestato soprattutto due articoli del testo che, almeno nella bozza iniziale, negavano non solo la possibilità di controllo sul bilancio dell’esercito, ma anche la possibilità di una commissione indipendente che vigilasse sulle azioni dei militari. Inoltre erano previste punizioni per chiunque criticasse l’operato dell’esercito, un divieto che negli ultimi mesi ha causato migliaia di arresti tra blogger e oppositori del regime militare. Il governo egiziano ha successivamente pubblicato una nuova versione, secondo cui un Consiglio di Sicurezza Nazionale guidato dal presidente avrà il compito di controllare l’operato dell’esercito, ma le proteste non si sono fermate.
“Those who make peaceful revolutions impossible, make violent revolutions inevitable” JFK

Aggiornamento:
Freedom lines, elezioni libere in Egitto 

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