Psicologia dell’evasore fiscale italiano

Qualche giorno fa rileggevo una serie di documenti redatti durante la gestione di uno dei progetti più ambiziosi sui quali mi sia mai trovato a lavorare. Il progetto in questione mi ha dato modo di crescere sul piano professionale, mi ha altresì sensibilizzato dal punto di vista umano verso il concetto di comunità digitale in quanto il cuore stesso dell’iniziativa pulsava grazie a una prolifica e olistica community di autori, poeti, falliti, navigatori, santi, sindacalisti, filantropi, hacker… Insomma, italiani.

La community che io e il buon Paolo (@PaoloMule) abbiamo avuto la fortuna di traghettare nell’era della Social-monetizzazione, della Google-friendlyness, della scalabilità delle competenze e del paid media è stata anche teatro del più attivo  e partecipativo Forum che un Community Manager possa augurarsi di gestire. Tra topic divertenti e discussioni morali più profonde si sono sviluppati thread degni di un’Agorà ellenica misti a un più recente e Scrofanico Latin-cyber-Dadaismo (vedi Gilda35). La discussione che voglio oggi riportare alla luce dalla cantina polverosa di zeri e uno del mio Hard Drive è figlia del collettivo confronto e di un giorno di ordinaria social-filosofia.

Psicologia dell’evasore fiscale italiano

Precisare la nazionalità di questo tipo umano è d’obbligo, perché le valenze psicologiche sono fortemente condizionate dal contesto socioculturale e quello italiano ha parecchie peculiarità interessanti. Dobbiamo però premettere che le argomentazioni che seguono non riguardano i grandi evasori, quelli da milioni di euro, per i quali andrebbero analizzate motivazioni di ben altra natura. Parliamo qui dell’evasione spicciola e quotidiana di cui tutti, senza eccezione, ci siamo resi almeno una volta nella vita colpevoli o complici.

La prima, e più ovvia, considerazione riguarda il senso dello Stato: scarsino scarsino nel nostro Paese, dove impera la nota tendenza individualista riassumibile nel detto “Ognun per sé e Dio per tutti”. E tra Dio e lo Stato, quale che sia l’orientamento religioso, ce ne corre. Molto prima che (o addirittura invece di) membro di una comunità, l’italiano è individuo: su questo aspetto influiscono pesantemente le ragioni storiche della frammentazione che ha caratterizzato il nostro territorio fino all’altroieri, le quali non hanno consentito il formarsi di quel sentimento di appartenenza da cui deriva, fra l’altro, la disponibilità a fare sacrifici per il bene comune. Ne consegue che l’Io deresponsabilizzato del soggetto non lascia emergere il Super-Io del cittadino.

Meno scontata, oltreché più nobile nelle intenzioni, è la forte tradizione familista che giustifica le azioni del singolo destinate a migliorare il benessere del proprio gruppo sociale primario, come quelle che a tale gruppo riservano il denaro sottratto alla collettività. Qui si tratta della dimensione degli affetti e delle emozioni, particolarmente intensi in un popolo sentimentale come il nostro. Le conseguenze del modo italiano di vivere i legami affettivi si manifestano in mille forme: la possessività in amore e il mammismo (pressochè sconosciuti in altri Paesi) ne sono esempi fin troppo evidenti e la loro contropartita è, appunto, la convinzione che nella scala dei valori il diritto ad agire per il bene dei propri cari superi di gran lunga il dovere di contribuire alla giustizia sociale. In questa logica trova posto l’assoluzione per molte mascalzonate. L’italiano medio non abbraccia le tesi neosofistiche del relativismo e del soggettivismo: le vive nel profondo, le percepisce come interamente egosintoniche, non ha nessun bisogno che qualcuno gliele spieghi. Stando così le cose, il povero Kant ha un bello sgolarsi a proclamare che le questioni di diritto non sono riconducibili a quelle di fatto!

Su un altro livello, è da chiamare in causa lo spirito giocoso che trova alimento nella parola “evasione”, intesa come premessa e promessa di libertà, di spazio ludico tanto prezioso da poter essere conquistato anche a spese di altri. Sono davvero molti, e non tutti confinati al Sud, gli italiani che si riconoscono nello sberleffo di Pulcinella. Se, da un lato, questo atteggiamento mentale induce ad attribuire allo Stato il ruolo dell’antagonista da gabbare con un bel marameo –anche qui, non senza ragioni storiche- bisogna d’altro canto riconoscere che dallo stesso atteggiamento origina la capacità di “arrangiarsi”, sopravvivendo quasi a tutto alla faccia della malasorte.

Ecco perché in Italia Machiavelli vince a mani basse il match con Gioberti, ecco perché politici corrotti ed evasori fiscali sono, in fondo, figli della stessa madre. Di fronte a questa realtà la questione morale non perde di significato ma sparisce proprio, smette di esistere prima ancora di cominciare. La psicologia si mangia l’etica in un sol boccone. Dobbiamo allora dire: “O tempora, o mores”? No: “O mores”, e basta. Siamo fatti così.

[zia Milly Moretti]

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