La rivolta tunisina: Microsoft e la censura di Ben Ali

Gli affari sono affari e la responsabilità sociale delle imprese sembra essere un concetto estraneo per molte di queste. L’approccio corporazionista di molte aziende che operano ora nel mondo della comunicazione, quindi anche in quella digitale, non solo sta stravolgendo i sistemi in cui tali imprese operano (pensate a quanto Facebook abbia rivoluzionato il nostro modo di comunicare e passare il tempo), ma sfociano spesso in azioni tutt’altro che eticamente condivisibili. A quanto pare, la collusione tra imprese e alcuni governi sembrerebbe così stretta che in alcuni paesi è diventato lecito bloccare l’open-source. In altri casi, vi sono imprese che aiutano i peggiori regimi di questo pianeta a reprimere le proprie popolazione pur di continuare a fare affari, tra queste, iniziano a spiccare anche le digital companies d’oltre oceano.

Abbiamo già affrontato su SocialMediaSurfer il ruolo centrale dei social network in alcune rivoluzioni del Maghreb. Ora tocca approfondire l’argomento analizzandolo dal punto di vista di chi governa.

Revolution

Un protestante solleva il proprio laptop mostrando le immagini dei festeggiamenti in piazza Tahrir Square al Cairo, in occasione delle dimissioni del presidente Hosni Mubarak l'11 Febbraio 2011. Fotografia: Dylan Martinez-Reuters

Durante la rivolta tunisina, che ha portato alla caduta del dittatore Ben Ali, sembrerebbe che la cyber polizia del paese abbia attuato una vasta operazione di phishing (si tratta di operazioni web based che permettono la raccolta dei dati personali in maniera coercitiva ed illecita). L’obiettivo? Sottrarre le password Facebook e Gmail dei propri cittadini per controllare il profilo e leggere la loro corrispondenza. Come? Creando delle false homepage del sopracitato social network e della posta di Google.
Contattato con urgenza, Google ha risposto prontamente (meno di 24 ore) imponendo l’utilizzo del protocollo di sicurezza HTTPS per tutte le connessioni provenienti dalla Tunisia, assicurando in questo modo ai suoi utenti che il sito di riferimento fosse a tutti gli effetti l’originale. Tra l’altro, ben prima delle rivolte nei paesi del Maghreb, Google, informato da diversi giornali online e blog delle schermaglie e conflitti con la cyeber polizia di alcuni di questi paesi, si era impegnato ad aiutare, comunque e sempre, le popolazioni “oppresse”.

Peccato che tale lodevole condotta non è stata seguita proprio da tutte le imprese high-tech. Microsoft, a quanto pare, ha fatto l’esatto opposto.

Un problema di sicurezza sollevato da Mozilla

I certificati di sicurezza che consentono connessioni sicure sono molto difficili da falsificare.
A meno che non si ottenga complicità dall’alto come sembra aver garantito Microsoft.
In pratica, Microsoft ha dato alla cyber polizia tunisina un metodo infallibile per farsi passare nuovamente per Google e Gmail, senza attivare alcun avviso che informi l’utente di un potenziale rischio per la sicurezza, concedendo allo Stato tunisino, che ha una propria autorità di certificazione, la capacità di “etichettare” tutti i domini possibili e non solo quelli governativi.

Si tratta di un problema da tempo sollevato da organizzazioni open source  come Mozilla oltre che un esempio del reale interesse per libertà fondamentali e diritti umani da parte di alcuni governi. Sembrerebbe che questi possano, con una semplice dichiarazione e senza obiezioni da parte di Microsoft, utilizzare i certificati di sicurezza e decidere quali debbano essere inclusi nel browser Internet Explorer.

Il geek Ben Ali e il premio Microsoft

Ma il programma di certificazione concesso alla Tunisia andava ben oltre. Infatti, non si limitava solo a nomi dei domini nazionali, ma si estendeva a tutti i nomi di dominio (.com, .org, ecc). Questo avrebbe consentito a Ben Ali di effettuare attacchi informatici sofisticati, come quello che ha avuto luogo nel mese di gennaio durante l’operazione Man in the Middle che ha privato molti resistenti dell’accesso a Facebook, strumento di comunicazione cruciale per l’organizzazione delle proteste.

Negligenza o imprudenza da parte di Microsoft? Le lodi di Steve Ballmer a Ben Ali, al quale ha consegnato nel mese di ottobre 2007 il trofeo Microsoft per la leadership globale nel campo dell’informatica, lasciano pochi dubbi sul fatto che il CEO di Microsoft fosse consapevole dell’utilizzo che l’ex dittatore della Tunisia avrebbe potuto fare di un tale dono. Ben Ali è un geek e, dal canto suo, era assolutamente in grado di cogliere i benefici che potevano derivare da questa “spintina” fornita da Microsoft.
Accusare Microsoft di aver fatto un atto politico, però, sarebbe avventato. L’accordo è stato in realtà più di natura commerciale: per accedere a siti governativi, tra cui i servizi certificati di posta elettronica, i tunisini non avevano altra scelta che utilizzare Internet Explorer come browser.

eGovernment, guida ai Social Media per governi e regimi

Non bisogna pensare, per concludere, che il problema sia limitato alla Tunisia. Simili certificati, ad esempio, sono inclusi in Internet Explorer anche per conto dei governi di Cina, Israele e Turchia. Navigare su Internet con Explorer è una pratica rischiosa se si vive o si viaggia in paesi dove il governo è particolarmente attento al controllo dei cittadini. Ma, dopotutto, Microsoft vende il proprio prodotto, il problema sta nell’uso che ne fa chi lo acquista.

Paradossalmente, sembrerebbe che alcuni regimi dittatoriali, facendone un uso irresponsabile, abbiano compreso meglio dei governi liberal-democratici l’importanza di alcuni aspetti rivoluzionari del mondo dei Social Media. Il monitoraggio della Rete rappresenta una strategica fonte di informazione rispetto a malumori e aspettative della propria popolazione, fonte che non va censurata o sottovalutata, bensì analizzata, studiata e canalizzata in concrete soluzioni sociali, politiche ed economiche.

Per attuare un approccio concreto di eGov e monitoraggio attraverso i Social Media, ovviamente, è necessario sapersi mettere in discussione. Cosa che un regime dittatoriale, per sua stessa natura, non è certo in grado di fare. E i nostri governi “democratici”?

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5 thoughts on “La rivolta tunisina: Microsoft e la censura di Ben Ali

  1. Fran (la flaka) scrive:

    “Accusare Microsoft di aver fatto un atto politico, però, sarebbe avventato. L’accordo è stato in realtà più di natura commerciale….”
    Quali atti politico non sono commerciali, oggi?

  2. […] Araaz), giorno in cui il vento di cambiamento “democratico” ha investito la Siria, al pari di Tunisia, Egitto e Libia. E le rivolte sono scoppiate con lo stesso gesto assurdo, ma forse ora più […]

  3. […] nazioni e cambia la storia. – afferma Aya – E’ accaduto e sta accadendo, dalla Tunisia all’Algeria fino all’esplosione non ancora placata in Egitto. La Penisola araba ha […]

  4. […] nell’insita capacità di “fare rete” e di mettere in comunicazione i giovani tunisini, egiziani, siriani durante le proteste. Ma, vuoi o non vuoi, nulla al mondo è unicamente positivo, […]

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