Panda e lo zoo di Google

Panda, il nuovo algoritmo che Google ha lanciato in Italia a metà Agosto 2011, sta generando dibattiti sia online che offline. In ambito SEO ho ben poca esperienza, se non nella promozione di alcuni progetti AdWords (tra cui, guarda caso, uno intitolato Pandacom -.-‘). Ecco perché ho voluto interpellare Paolo Mulè, content manager col quale ho condiviso la gestione del progetto Wikio Experts, per approfondire l’argomento. Paolo, forgiato da un dottorato in Filosofia e 3 anni in web agency, ha una spiccata SEO addiction. Dunque, chi meglio di lui poteva sciogliere questa delicata matassa semantica?

A malincuore devo spezzare una lancia in favore del nemico.
Google resta, che ci piaccia o no, un soggetto privato, libero pertanto di dettare le proprie regole nel modo che preferisce, lasciando al consumatore la piena libertà (senza ora voler disquisire sul concetto di “libertà di consumo”, se no non ne usciamo davvero più!) di rivolgersi ad altri per le sue ricerche. Il che non accade, in quanto i consumatori continuano a rivolgersi, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, proprio a Google.

Ma, in sostanza, Google dove vuole arrivare?

Google è nato, come algoritmo, con un’ambizione ben precisa: fornire un servizio di indicizzazione migliore e più rilevante di tutti gli altri, pro utente finale e relativa soddisfazione di quest’ultimo.
Big G si è imposto sul mercato proprio in tal senso, essendo stato, per lungo tempo in maniera indiscussa, il migliore fornitore di tale servizio.
Pensaci: se l’ambizione di quasi ogni sito web è moltiplicare le pagine viste e aumentare il tempo di permanenza per singolo utente, Google, come motore di ricerca, si prefigge invece l’obiettivo opposto, solo apparentemente paradossale: tenere ogni utente sul proprio sito di snodo il meno possibile. L’ideale di Google in termini di user experience sarebbe, pertanto, il seguente: 1 page view per singolo utente e singola sessione, peraltro, della durata di pochissimi secondi; quindi, fra virgolette, un “altissimo bounce rate” dalla SERP di Google verso il sito di destinazione che, per inciso, è ogni volta quello più rilevante…

Quindi Google vuole semplicemente mettere ordine e garantire risultati più pertinenti?

Panda punta proprio a questo. Prendendosela non tanto con gli utenti e i redattori liberi (infatti ogni servizio di blogging ha beneficiato delle novità, ivi compresa la piattaforma Over-Blog), bensì con gli editori che, un po’ furbamente, pensavano di poter attrarre traffico e visite verso le proprie properties con mezzi più o meno eticamente condivisibili (vedi aggregatori, contenuti copiati o riprodotti, modelli di content farm, ecc.). A mio avviso, i blogger non saranno mai penalizzati da Google, se resteranno onesti e seri nello svolgimento della loro attività editoriale. Nella fattispecie, la pecca di alcuni publisher è stata forse pensare, in buona fede o ingenuamente, di poter controllare e garantire la qualità dei contenuti anche a patto di alzare moltissimo i volumi di produzione. Con WIkio Experts, ad esempio, siamo riusciti grandemente nel secondo obiettivo, non altrettanto bene nel primo. Io per primo sono stato vittima di questa ingenuità o meglio, e a dirla tutta, di questa hybrisIn ogni caso, mi fa un po’ sorridere che il principale beneficiario di questo aggiornamento sia stato Youtube che, per quanto sia un’ottima risorsa di contenuto originale, non fa proprio della qualità il suo baluardo incrollabile…

Ne consegue che, in un certo senso, Google opera ancora dalla parte del bene (Don’t be evil è il loro motto da sempre). Le forze e gli interessi in gioco sono comunque molteplici e inimmaginabili (parliamo di miliardi di dollari al giorno!). E’ dunque importante sottolineare che ciò che è un bene in sé per il top management di Mountain View (Page è di nuovo al vertice, in qualità di CEO, solo da pochi mesi – neanche a farlo apposta…), potrebbe talvolta tradursi in un beneficio indiretto per altri attori. Sarà un caso?

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